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Interesse generale e bene comune

martedì 01 novembre 2011 | Gregorio Arena   

Bene comune, beni comuni, interesse generale
La cura dei beni comuni rappresenta, ormai è evidente, la nuova sfida con cui deve misurarsi l’impegno civile nei prossimi anni. E dovrebbe rappresentarla non soltanto per Labsus, ma anche per il mondo del volontariato e del terzo settore in genere, così come per la politica nel senso più alto del termine.Ma perché dobbiamo prenderci cura dei beni comuni? Ci sono varie possibili risposte a questa domanda.
Bene comune o interesse generale, al centro c’è comunque sempre la persona e la sua dignità

Una la fornisce Carlo Maria Cipolla in Uomini, tecniche, economie, quando afferma che “Le generazioni successive alla c.d. rivoluzione scientifica sono paragonabili ad un fanciullo che abbia scoperto il modo di aprire un forziere in cui sono conservate fortune immense che le passate generazioni non sapevano di possedere né erano in grado di utilizzare. A partire dalla prima modernità, diritto, tecnica ed economia si sono così alleate per costruire l’immaginario dell’antropocene, promuovendo a ‘scienza’ il godere (dissipandole) delle ricchezze contenute nel forziere (carbone, petrolio, gas, acqua dolce profonda), risorse naturali che non possiamo produrre e che non sono naturalmente riproducibili se non in milioni di anni” (cit. in Ugo Mattei, Beni comuni, Laterza, 2011, XV).

I beni comuni secondo Carlo Donolo

A sua volta Carlo Donolo nel primo dei suoi editoriali su Labsus dedicati appunto ai beni comuni e pubblicato nel maggio 2010 afferma che: “… i beni comuni sono centrali per ogni processo sostenibile, per lo sviluppo locale, per la coesione sociale, per i processi di capacitazione individuale e collettiva … la stessa sussidiarietà è in primo luogo capacitazione al governo di beni comuni”. Continua Donolo: “…nelle nostre società si afferma una tendenza quasi violenta nel trasformare tutto quanto è pubblico, comune, condiviso, in bene appropriato, privatizzato. Per ragioni che sono legate sia ai processi di accumulazione su scala globale, sia alla particolare configurazione dell’individuo ipermoderno, fondamentalmente utilitarista ed acquisitivo”. Ma “le società per persistere nel tempo e non sfaldarsi rapidamente in modo entropico hanno bisogno di un legante condiviso, per quanto minimale, variamente identificato nelle varie dottrine. Ma sempre con riferimento a un elemento di condivisione, comunanza, compartecipazione. Nelle società in cui il soggetto individuale si è emancipato non solo da molti legami sociali pregressi e spesso obsoleti, ma anche in generale dall’idea che ci sia qualcosa che lo leghi al destino degli altri, è diventato molto più difficile identificare il fattore aggregante e il collante”.

Donolo approfondisce la sua analisi definendo i beni comuni come “un insieme di beni necessariamente condivisi. Sono beni in quanto permettono il dispiegarsi della vita sociale, la soluzione di problemi collettivi, la sussistenza dell’uomo nel suo rapporto con gli ecosistemi di cui è parte. Sono condivisi in quanto … essi stanno meglio e forniscono le loro migliori qualità quando siano trattati e quindi anche governati e regolati come beni ‘in comune’, a tutti accessibili almeno in via di principio.

Sono condivisi anche in un senso più forte, in quanto solo la loro condivisione ne garantisce la riproduzione allargata nel tempo, e almeno per un nucleo più duro di beni comuni ‘essenziali’, se non condivisi la vita sociale diventa insostenibile fino a un punto di catastrofe. La rilevanza dell’aggettivo ‘comune’ viene enfatizzata dal dato di fatto che i processi dominanti oggi a livello locale e globale sono invece centrati su appropriazione, privatizzazione e sottrazione alla fruizione condivisa di tantissimi di questi beni. Da qui l’inevitabile conflitto sullo statuto dei beni comuni, un tema questo che – tanto per capirci – ha oggi lo stesso rilievo che potevano avere a metà Ottocento la lotta di classe e il socialismo”.

… e secondo Ugo Mattei

Infine Ugo Mattei, nel suo recente saggio sui beni comuni, afferma che il problema principale oggi per chi abbia a cuore i beni comuni è rappresentato “dall’assetto istituzionale fondamentale del potere globale oggi dominante: la tenaglia fra la proprietà privata, che legittima i comportamenti più brutali della moderna corporation, e la sovranità statuale che instancabilmente collabora con la prima per creare sempre nuove occasioni di mercificazione e privatizzazione dei beni comuni”. E’ indispensabile e urgente, secondo Mattei “…creare la consapevolezza pubblica della drammatica necessità di ricostruire le nostre istituzioni in modo coerente con la necessità di conservare e promuovere i beni comuni, mostrando innanzitutto la profonda rivoluzione culturale che ciò richiede”.

Di qui “l’importanza teorica e pratica dell’elaborazione tecnico-giuridica di una nozione di beni comuni come istituto diverso, alternativo rispetto al dominio sia privato sia pubblico, ma assolutamente necessario per il riequilibrio dei rapporti fra questi due”.

La creazione non è finita

Ma ci può essere un’altra risposta ancora alla domanda “perché dobbiamo prenderci cura dei beni comuni”, una risposta che questa volta viene da un teologo, il gesuita Teilhard de Chardin.

Nella concezione di Teilhard la creazione non è compiuta, conclusa in un atto iniziale definitivo posto nel passato. La creazione è piuttosto continua, da completare, proiettata verso il futuro: la sua perfezione non risiede all’origine, quanto piuttosto alla fine dei tempi. In questa prospettiva, prendendoci cura dei beni comuni è come se stessimo partecipando alla creazione, completandola e sviluppandola. Insomma, la creazione non è finita, è un discorso che prosegue e noi, attraverso la cura dei beni comuni, possiamo essere parte attiva di questo processo.

Interesse generale e bene comune

Fin dall’inizio della nostra attività abbiamo tradotto l’espressione “interesse generale” contenuta nell’art. 118, ultimo comma della Costituzione facendo riferimento proprio ai beni comuni. Dove la Costituzione afferma che i soggetti pubblici devono favorire “le autonome iniziative dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale” noi diciamo infatti che, concretamente, quelle attività di interesse generale consistono nella produzione, cura e sviluppo dei beni comuni. E in questi anni abbiamo pubblicato decine di casi che mostrano come i cittadini possano e sappiano prendersi cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio.

Ma, supponendo che sia corretto tradurre l’espressione “interesse generale” usata dalla Costituzione con “cura dei beni comuni”, sarebbe altrettanto corretto tradurre nello stesso modo il concetto di “bene comune”? E dunque affermare che la cura dei beni comuni è uno dei modi con cui si può perseguire il “bene comune”?

Bene comune e beni comuni sono evidentemente concetti diversi, se non altro perché quello di bene comune è un concetto astratto, che in quanto tale non può essere oggetto di diritti, mentre i beni comuni, sia materiali sia immateriali, come s’è visto in un precedente editoriale possono invece essere oggetto di diritti.

Cos’è il “bene comune”?

Ovviamente di bene comune si possono dare diverse definizioni, ma ci sembra particolarmente significativa quella della Costituzione conciliare Gaudium et Spes (non a caso fortemente permeata del pensiero di Teilhard de Chardin) secondo la quale il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

In una prospettiva laica si può notare una certa assonanza fra questa definizione di bene comune e la formula utilizzata dalla Costituzione all’art. 3, 2° comma, laddove afferma che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

Certamente, perfezione e pieno sviluppo non sono la stessa cosa, né potrebbero esserlo considerata la diversità delle prospettive in cui si pongono i due testi, ma ciò che conta in questa sede è che questo parallelismo consente di individuare il punto di contatto fra bene comune e interesse generale.

La Costituzione conciliare afferma che perseguire il bene comune significa, in positivo, creare “le condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”, mentre la Costituzione della Repubblica afferma che le istituzioni devono rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Sia pure con diverse prospettive, entrambe le disposizioni mirano al raggiungimento di un obiettivo che è la pienezza della persona, lo sviluppo dei suoi talenti, l’affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile. E questo, se da un lato coincide con la definizione conciliare di bene comune, al tempo stesso è nell’interesse generale anche dal punto di vista costituzionale.

“Dietro” i  beni comuni ci sono le persone

Il pieno sviluppo della persona non è infatti un obiettivo “egoistico”, così come non lo è l’obiettivo di cui all’art. 32 Costituzione di garantire a tutti la salute considerata non soltanto un “fondamentale diritto dell’individuo” ma anche un “interesse della collettività”. Infatti, così come è nell’interesse generale vivere in una comunità di persone in buona salute, altrettanto lo è consentire a tutti di poter sviluppare pienamente le proprie capacità (“raggiungere la propria perfezione”, secondo la definizione di bene comune data dal Concilio), in quanto una comunità di persone pienamente realizzate è una comunità in cui tutti vivono meglio.

Se al centro del concetto di interesse generale, così come di bene comune, c’è la persona, la sua dignità, le sue capacitazioni, non c’è dubbio che la cura dei beni comuni realizzata dai volontari e dai cittadini attivi abbia come obiettivo proprio la realizzazione dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono alle persone di realizzare il proprio pieno sviluppo. Poiché dalla qualità dei beni comuni dipende la qualità della vita delle persone, è come se “dietro” i beni comuni ci fossimo tutti noi.

Pertanto, riprendendo la domanda posta all’inizio, è corretto affermare che la cura dei beni comuni è uno dei modi con cui si può perseguire il “bene comune” (oltre che evidentemente l’interesse generale, secondo quanto disposto dalla Costituzione) e che dunque i volontari ed i cittadini attivi che si prendono cura dei beni comuni contribuiscono alla costruzione del bene comune. Esso, in quanto insieme di condizioni della vita sociale che consentono alle persone di realizzare il proprio pieno sviluppo, dipende infatti in gran parte proprio dalla produzione, cura e sviluppo dei beni comuni, materiali e immateriali.

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Usa: piu’ bici e meno auto per salvare vite e portafogli

Quattro ruote addio e gambe in spalla, per risparmiare denaro e salvare vite umane. Secondo un maxi-studio americano rimpiazzare i viaggi casa-ufficio in auto con pedalate quotidiane in bicicletta regala importanti benefici in termini di salute, ma anche di mancate spese mediche. Stando alla ricerca basta sostituire la metà dei brevi viaggi quotidiani verso l’ufficio con spostamenti in bici nei sei mesi più caldi dell’anno, per risparmiare – secondo le stime relative a 11 maxi-aree metropolitane – circa 3,8 mld in ridotte cure mediche per obesità e cardiopatie. Insomma, secondo gli scienziati americani questo approccio consentirebbe di risparmiare circa 7 miliardi di dollari l’anno, incluso il corrispettivo di 1.100 morti evitate grazie a una miglior qualità dell’aria e all’aumento dell’attività fisica. Secondo il team di Jonathan Patz, direttore del Global Health Institute dell’University of Wisconsin-Madison (Usa), la ‘conversione’ da auto a bici per i brevi percorsi quotidiani “rappresenta un approccio win-win, troppo spesso ignorato. Parliamo tanto dei costi delle energie alternative, ma raramente si esaminano i benefici di questo tipo di strategia”.

L’analisi delle 11 maggiori aree metropolitane nel Midwest è partita esaminando le riduzioni dello smog collegate all’eliminazione dei brevi viaggi in auto, sostituiti da spostamenti in bici. Dopodichè si sono stimati i riflessi per la salute: a beneficiare di più dell’aria pulita sono i polmoni e il cuore. E non solo quelli di chi vive nelle aree metroplitane, spiega Scott Spaak, coautore della ricerca, ora all’Università dell’Iowa. Lo studio ha eseguito quindi una proiezione, stimando in 433 vite salvate il beneficio dovuto solo alla riduzione del particolato sottile, grazie ai viaggi in bici. Poi il team ha voluto comprendere gli effetti della conversione alla bicicletta, spalmati su sei mesi. Scoprendo che asma, obesità e diabete di tipo II, insieme ai costi relativi ai trattamenti di queste due condizioni, risentono in modo decisamente positivo del passaggio alla bici. “L’obesità è ormai un’epidemia nazionale, e il fatto di non fare sufficiente esercizio ha un ruolo importante”, sottolinea Maggie Grabow, prima autrice dello studio pubblicato su ‘Environmental Health Perspectives’ e illustrato a Washington, al meeting dell’American Public Health Association tenutosi il 2 novembre scorso. Dunque a fare bene alla salute e al portafogli non è solo il movimento, ma il fatto di farlo in un ambiente meno ‘affumicato’ dai tubi di scappamento. Tanto che i ricercatori non hanno dubbi: “Occorre ridisegnare le nostre città per consentire ai nuovi ciclisti di spostarsi senza rischi”, conclude Patz.

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